Bersani e i salvatori della patria

Problema di paternità: figli non riconoscenti e mai riconosciuti

di Filippo Giannetti

Un’inversione moderna della parabola del “figliol prodigo”. Il protagonista è uno scapestrato padre che si è preso tutta l’eredità ed è scappato dilapidando tutto. Ma ora, che è di nuovo a casa e si trova davanti ai propri figli, chiede loro di tornare ad una vita serena, fatta di collaborazione e convivenza pacifica sotto lo stesso tetto. Ma in questa trasposizione

 dei nostri giorni, i figli non hanno affatto intenzione di perdonare.

E’ un duro colpo per il nostro paese vedere un leader politico candidato alla presidenza del consiglio dover ricevere da due signor nessuno della politica un NO così secco e liberatorio.

E’ un duro colpo perché a ben vedere le cose che i due schieramenti vorrebbero fare hanno molto più di qualche misero punto in comune.

Ma Bersani sbaglia, non a livello mediatico, quando dà ai grillini l’ironico appellativo di “salvatori della patria”. Sbaglia politicamente perché non sa o ancora non l’ha capito o ancora fa finta di non aver capito, che quelli sono figli suoi.

Il DNA parla chiaro e non mente. Quelli del M5S hanno creduto per anni agli ideali portati avanti soprattutto dalla sinistra italiana: all’equità, alla giustizia, al buon governo dei giusti. Ad una salute che non faccia differenze tra il ricco e il povero; ad una scuola pubblica potenziata e a quella privata non foraggiata dai soldi dello stato; alla libertà di espressione, ad una economia sostenibile, al rispetto dell’ambiente e al lavoro. Anche al lavoro, al diritto al lavoro e ai diritti sul lavoro. Alla pensione, quella giusta. Senza maxi-pensioni e esodati.

Certo è che se Bersani non li riconosce è perché anche lui si è perso nel melmoso terreno della politica. Non ha saputo dar spazio al nuovo (e non parlo certo di Renzi) e il nuovo non è riuscito ad entrare nelle stanze che contano. I vecchi dirigenti non hanno dato la possibilità di rinfrescare l’ambiente della politica. Hanno precluso ogni spazio di apertura al ricambio generazionale e le nuove generazioni non hanno saputo sgomitare abbastanza per ottenere ciò che gli era dovuto. Sarebbe stato compito loro disegnare il futuro della propria generazione e invece il tutto è rimasto nelle vecchie sale fumose dei dirigenti di partito che non riescono più a percepire le esigenze dei tempi che cambiano.

La politica di oggi non ha più la capacità di vedere nel futuro anche perché ha un orizzonte temporale ridotto proprio come quello degli interpreti stessi. Non riesce assolutamente a proporre un’organizzazione dello stato al passo con i tempi. Non ha saputo scegliere un modello, anche utopico, di economia da seguire. Non sa dare speranza e fiducia. Non vede più da anni come la società si sia evoluta e sia cambiata. E non ha saputo prevederlo come avrebbe dovuto farlo una classe dirigente degna di questo nome. Nella sua mente non ha saputo disegnare una società nuova a cui tendere e a cui ispirare ogni azione di governo.

E tutto questo è dovuto esclusivamente al fatto che l’idee proposte sono quelle di una generazione passata, che ha radici negli anni settanta e ottanta. E la responsabilità più grande è che nessuno di quella generazione ha avuto avuto il coraggio e la dignità di farsi da parte prima del naturale declino così che oggi si trovino completamente spiazzati davanti alla loro stessa inadeguatezza.

Gli ultimi anni li hanno persi nella più inutile auto-referenzialità, parlando solo a loro stessi. Il problema più grande è stato come riformare il partito, scrivere lo statuto, come eleggere il segretario, primarie sì, primarie no, congressi, riunioni di segreteria, direttivi provinciali, regionali, nazionali, logo, tessera, sel sì, sel no, siamo comunisti o cattolici… etc, etc.

Ed ora?

Ed ora coloro i quali hanno subito un’esistenza di soprusi (e non c’è nulla da minimizzare) hanno trovato il modo di sgomitare. Hanno trovato un leader, seppur inadeguato, che ha donato loro uno strumento di aggregazione nuovo e sa come difenderli. Un leader che ha saputo dar loro fiducia e libertà per abbozzare il futuro su una tela bianca. Non dimentichiamoci che per il momento ci troviamo di fronte a delle bozze, a dei disegni che non rispettano le proporzioni e i colori della realtà. Ma almeno hanno un’idea, un’idea nuova da mettere in atto, un modello a cui tendere con fiducia. Ora sta a chi dipinge da più tempo saper interpretare questi spunti e coniugarli in interventi di riforma.

Forse, quando sarà passata la sacrosanta rabbia del figlio abbandonato, il padre riuscirà ad abbracciare la propria prole senza bisogno di nessun test di paternità.

Pubblicato il 28 marzo 2013, in analisi politica con tag , , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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